Giovanni 10,11-18
11 Io sono il buon pastore; il buon pastore depone la sua vita per le pecore. 12 Il mercenario, che
non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà
alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. 13 Il mercenario si dà alla fuga perché è mercenario e non
si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie e le mie mi conoscono, 15 come il
Padre mi conosce e io conosco il Padre; e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche delle altre
pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia
voce e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. 17 Per questo mi ama il Padre, perché io depongo la
mia vita, per riprenderla poi. 18 Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho il potere di
deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio”.
Ascoltiamo la Parola
Nel discorso del buon Pastore, Gesù si manifesta per quello che è. Dice che dà la sua vita per le
pecore; le conosce ed esse conoscono lui; e viene perché vivano nello stesso gregge, nella stessa
famiglia. La conoscenza di Gesù non è una conoscenza formale. Il rapporto che vuole avere con noi
non è un rapporto ordinario, impersonale, arido. È una relazione d’amore, una conoscenza che viene
dal cuore. Gesù ci conosce, ci tiene nel suo cuore. Un cuore piagato, trafitto d’amore, che ci grida
“non nasconderti, vieni da me, non ti stancare, toccami, ti amo”. E, quando ci avviciniamo a Lui,
quando entriamo nel suo cuore, ci dà il suo, affinché possiamo sentire con il suo stesso cuore. Ci
chiede di amare anche noi come fa Lui, di conoscere gli altri come Lui: con il cuore. Nell’Eucaristia
ci dà il suo corpo affinché possiamo amare con il suo cuore.
