Vangelo 10 giugno

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (5, 27-32)

27 Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio.  28 Ma io vi dico:
chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei
nel proprio cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e
gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto
che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna.  30 E se la tua mano destra ti è
motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una
delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
31 Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio».  32 Ma io
vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima,
la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.


Come vivere questa Parola?

Il peccato, come le opere di bene, provengono dalle nostre interiori
convinzioni, dall’orientamento che abbiano impresso nel nostro cuore. L’azione
che ne segue è solo l’esteriore manifestazione di ciò che prima è maturato
dentro di noi. I nostri occhi, definiti la finestra dell’anima, ci trasferiscono
immagini e causano sensazioni che, se non filtrate dalla nostra coscienza, che
deve operare la selezione, ci spingono all’azione cattiva, non conforme alla
risposta di amore divino. Ecco perché il Signore arriva a dirci che se il nostro
occhio ci è motivo di scandalo, dobbiamo essere pronti anche a cavarlo pur di
entrare nel regno dei cieli. L’inquinamento dell’anima è un fatto molto più
debilitante della perdita di un nostro organo fisico come il nostro occhio o la
nostra mano. Siamo così sollecitati a considerare con la migliore attenzione i
valori del nostro corpo, pur meritevoli di attenzioni e di cure, e quelli dello
spirito, che dobbiamo conservare integro per la vita eterna. Viene da pensare
che ai nostri giorni talvolta sono più affollati gli ambulatori dei medici che non i
confessionali e le chiese. Spesso capita di vedere gente che si affanna più per
la dimora terrena che non per quelle definitiva e celeste.

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