Vangelo 16 giugno

Dal Vangelo di Matteo (6, 7-15)

7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire
ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre
vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. 9 Voi
dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12 e rimetti a noi i nostri debiti come
noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non ci indurre in tentazione, ma
liberaci dal male. 14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il
Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli
uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.


Come vivere questa Parola?

Nella pagina di Vangelo di oggi Gesù suggerisce che su una cosa è meglio
economizzare anziché largheggiare, ed è nell’uso della parola. Facciamo tanti
discorsi, giri e giri di parole, con lo scopo a volte di stordire la persona con cui
parliamo, nascondere la verità o minimizzare le notizie. Così presi dal vortice
del dire, spesso le parole diventano fuori posto e più che essere efficaci,
rafforzare un concetto o un’opinione, diventano superflue. Anche la nostra
preghiera corre questo rischio: crediamo che più diciamo, più abbiamo
possibilità che Dio ci ascolti o ci esaudisca. Così le nostre labbra straripano di
vocaboli, messi talvolta in sequenza come una sorta di poesia imparata a
memoria o un’arringa di un avvocato, spogliandoli della loro essenza. La
preghiera è dialogo, relazione, un dire che non si ferma al ciò che dici, ma che
penetra ed arriva al come ed al perché lo dici. La preghiera non può indugiare
sulla bocca, ma deve entrare ed arrivare dritta al cuore; dev’essere luce non
per sperare nel miracolo, ma per prendere coscienza del fatto che qualunque
cosa tu faccia c’è qualcuno che agisce con e per te e non ti abbandona. La
preghiera è essenzialità e ce lo spiega bene il Signore nel testo di oggi, in cui
unisce questa straordinaria consapevolezza che Dio è Padre, a sette atti di
affidamento che possiamo rivolgergli per vivere bene. Sette che nella Bibbia è
il numero della completezza, del tutto; sette perché a volte è necessario
sapersi misurare e trattenere, perché in un dialogo non bisogna solo dire, ma
anche imparare ad ascoltare e se non riesci a porgere l’orecchio, si finisce
come i pagani che vengono presi ad esempio: ci perdiamo le risposte.

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