Vangelo 18 maggio

Giovanni 21, 20-25
20 Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era
chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».  21 Pietro dunque, come
lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?».  22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli
rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi».  23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che
quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se
voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». 24 Questi è il discepolo che testimonia
queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.  25 Vi sono ancora molte
altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non
basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.


Ascoltiamo la Parola
Ora Pietro è pronto. Ha ammesso di non essere capace di amare come avrebbe voluto, come
avrebbe dovuto. Ora ha misurato il suo limite, perciò Gesù lo sceglie. L’ultima parola che gli rivolge
è uguale alla prima, rivoltagli molti anni prima: seguimi. Non c’è mai fine alla chiamata, non c’è mai
fine alla sequela. Col passare degli anni pensiamo di essere cresciuti nella fede, di avere capito i
grandi misteri di Dio. No, non è proprio così. Siamo sempre viandanti, per sempre cercatori,
incessantemente pellegrini. Ma il Signore ci chiama, al di là delle nostre stanchezze, al di dentro dei
nostri continui fallimenti. Non si scoraggia, il Risorto, vede in noi il Santo che egli ha pensato
quando ci ha plasmato dal nulla. Ora ricomincia tutto, per Pietro. La sua vita si consumerà
nell’annuncio del risorto, affrontando il difficile compito di rassicurare e condurre i fratelli. Ora
seguirà il Signore fino ai confini del mondo, fino a rendergli testimonianza su quel colle che lo
vedrà crocefisso come il suo Maestro, e sepolto sul colle vaticano, monito ed esempio di come si
possa divenire discepoli.

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