Apriti dicembre

Carissimi sorelle e fratelli parrocchiani,
con l’Avvento la Chiesa incomincia il nuovo anno liturgico, l’anno costituito dalla memoria della vita, della morte e della risurrezione del Signore Gesù. L’Avvento, in parti-colare, è formato da quattro settimane che ci preparano al Natale: un tempo, quindi, per preparare una culla per Dio, fosse anche in una stalla. Gesù è già nato nella storia, tornerà nella gloria. Ma ora chiede di nascere in noi. Il pericolo, infatti, è che possiamo celebrare cento natali senza che mai una volta Dio nasca nei nostri cuori.
Ma questo tempo è anche un dono che ci viene fatto per rinnovare la Fede in Colui che realizzerà ogni gioia nella Resurrezione. Qualcuno forse obietterà che, per questo, c’è un tempo di Quaresima ed una Pasqua di Resurrezione da vivere nella liturgia della Chiesa, ma a questo si deve puntualizzare che, a differenza del Popolo Ebraico, i cristiani vivono un tempo del “già e non ancora”, un tempo tra l’incarnazione del Cristo e la Sua venuta definitiva, fatto che ci impone una responsabilità maggiore ri-spetto ad un solo “tempo della promessa” che vivono ancora gli Ebrei. Perciò, il tempo di Avvento che termina col Natale, con la memoria della incarnazione del nostro Signore, deve essere un tempo prezioso per riaccendere la fede, fede che attende con voglia ed attenzione il Suo Signore, ricordandosi che Egli tornerà sicuramente come sicuramente è già venuto nell’incarnazione. L’Avvento è il tempo per vegliare sul ritorno della nostra gioia, un tempo per affermare con forza l’identità di quello che siamo, anche perché vo-gliamo esserlo, ed esserlo nell’ordinarietà della vita che, anche se sembra scorrere senza differenze con tutte le altre vite, sappiamo avrà un epilogo differente (come ci racconta il Vangelo di questa I Domenica di Avvento: “… due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata”.). Come siamo capaci dunque di vegliare quando i nostri interessi sono minacciati (“… se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa”), il tempo dell’Avvento deve aiutarci a ricentrarci sulla vigile attesa di colui che è ben altro che un ladro per noi: è Colui che è la causa della nostra salvezza e sarà la causa ed l’artefice della nostra resurrezione! Egli è già venuto nella nostra stessa carne, indossando le nostre stesse vesti e vincendo la nostra stessa morte, ma, ricordiamoci, tutto sarebbe inutile se Egli non tornasse ancora, come sarebbe tutto inutile se Egli tornasse e non trovasse nes-suno ad aspettarlo! Ma non sarà così, egli troverà chi lo attende, troverà chi ha tenuto le lampade accese, troverà chi lo ha atteso e lo accoglierà, come già è stato atteso ed accolto da una vergine adolescente, anche se, la prima volta, si è dovuto accontentare di nascere povero in una grotta, come noi cristiani usiamo contemplare nei nostri presepi a Natale. Egli tornerà, sicuramente tornerà, come già venuto… tornerà!
Il Signore, quindi, che è venuto a Betlemme duemila anni fa nell’umiltà della carne, non cessa ora di venire nella nostra quotidianità. Il tempo dell’Avvento, dunque, ci renda attenti, vigili, per non lasciar passare invano la presenza di Cristo, che bussa alla nostra porta, che ci invita al suo banchetto. Per questo l’attesa dell’Avvento va vissuta con atteggiamento di preghiera incessante: chi prega, vigila ed è pronto a rice-vere Gesù che si affaccia con l’offerta della sua amicizia e del suo Spirito di santità. Riu-sciremo, in mezzo a corse in centro per i regali, o nel negozietto o al supermercato perché sulla tavola di Natale non manchi nulla, a dedicare del nostro tempo al Signore? Alcuni minuti solo per Lui, solo con Lui, per invocarlo con tutto il nostro cuore: Vieni, Signore Gesù! Al riguardo, come ogni anno, la preghiera della Novena di Natale a partire da martedì 16, alle 7.00, alimenterà la gioia dell’attesa: Gesù verrà come luce, come pace, come rugiada, come dolcezza, come novità, come Re potente, come dominatore univer-sale, come bambino, come Signore giusto.
Un bell’esercizio per vivere il tempo dell’attesa può essere quello di allestire il presepio dove tutti i personaggi e le cose sono rivolti in attesa di colui che occuperà la culla vuota. Non è solo una tradizione, ma un esercizio di fede nel Dio che è venuto e che verrà. Papa Francesco invitava a riscoprire l’importanza del presepio e recuperare questa bella usanza, a fare il presepe non solo in casa, ma anche sul luogo di lavoro, nelle scuole, negli ospedali… perché è una luce di speranza e bellezza per tutti. E quando Lui verrà non ci troverà distratti ma attratti, innamorati.
Un altro esercizio è chiedere perdono al Signore e incontrare la sua miseri-cordia nel Sacramento della Riconciliazione: provate a trovare un momento per una bella confessione (i sacerdoti sono sempre disponibili). Il Signore viene anche per portarci il suo amore misericordioso e la forza per vivere sempre più da cristiani veri.
Ma l’esercizio più bello però per prepararci al Natale e all’ultima venuta del Signore è quello di accorgerci sempre delle persone accanto a noi e della sofferenza degli altri. Il Vangelo ce lo chiede: “Ti accorgi di Dio che viene? Ti accorgi del fratello accanto a te?”.
Preghiamo, allora, gli uni per gli altri, perché il Signore non ci trovi addormentati, ma ben pronti e gioiosi, perché riempia il nostro cuore della sua Pace, la Pace vera e pro-fonda che noi tutti aspettiamo.

Buon Avvento!

don Tommaso

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