Carissimi sorelle e fratelli parrocchiani,
in questo numero di Apriti vorrei ricordarvi alcuni appuntamenti che riguardano non solo noi, ma il cammino della Chiesa intera.
Domenica 1° Febbraio 2026 si celebra la 48a Giornata Nazionale per la Vita, promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana, un appuntamento che da quasi cinquant’anni richiama l’attenzione di tutta la comunità sul valore inviolabile della vita umana, dal concepimento alla morte naturale. Il tema scelto per il 2026, “Prima i bambini!”, è un forte richiamo alla responsabilità personale e collettiva di mettere al centro i più piccoli, i più fragili, coloro che non hanno voce ma hanno diritto a essere accolti,
amati e protetti, e tra questi i bambini concepiti e non ancora nati. “Le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi” scrivono i Vescovi, denunciando guerre, sfruttamenti, abbandoni e nuove forme di violenza. Una società che dimentica i piccoli “smarrisce il senso della generatività” e perde la capacità di costruire relazioni solidali. La Giornata diventa così un appello a una vera conversione culturale: ritornare al valore della generatività e cambiare le abitudini di un mondo distratto e narcisista, che “fa sempre meno spazio ai bambini”.
Mercoledì 11 Febbraio sarà celebrata la 34a Giornata Mondiale del Malato: per l’occasione, Papa Leone XIV invita tutta la Chiesa a riscoprire il cuore del Vangelo attraverso l’immagine sempre attuale del Buon Samaritano. Nel suo Messaggio, intitolato «La compassione del Samaritano: amare portando la sofferenza dell’altro», il Santo Padre richiama con forza la dimensione relazionale, ecclesiale e sociale della compassione, come via concreta per prendersi cura delle persone malate, fragili e sofferenti. Ispirandosi alla parabola evangelica (Lc 10,25-37) e all’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, il Papa sottolinea che la compassione non è un sentimento astratto né un gesto isolato, ma una scelta che nasce dall’incontro con Cristo e si traduce in prossimità, presenza, condivisione del tempo e corresponsabilità.
Il Messaggio offre una forte riflessione sul “farsi prossimo”, sulla missione condivisa nella cura dei malati e sul legame inscindibile tra amore di Dio, amore del prossimo e autentica realizzazione della persona umana. In questo orizzonte, la cura dei malati appare non solo come un servizio necessario, ma come una vera azione ecclesiale, capace di rendere visibile la misericordia di Dio nel mondo. Nella Santa Messa che sarà celebrata alle ore 16.00, ci sarà la possibilità di ricevere l’unzione degli infermi, sacramento che esprime proprio la promessa che Dio cammina con noi anche sulle strade segnate da malattia, debolezza o infermità. Il Sacramento dà la sicurezza della vicinanza di Gesù non solo al malato, ma anche all’anziano. Accogliamo, allora, il senso di questa giornata e il messaggio del Papa come un invito particolare rivolto a noi, “comunità guanelliana”, chiamata a incarnare uno stile samaritano, inclusivo e solidale, soprattutto accanto a chi soffre nel corpo e nello spirito. Affidiamo questo cammino alla Vergine Maria, Salute degli Infermi, che invocheremo, in particolare, nella Messa delle 18.30 (la celebrazione si concluderà con una breve processione all’interno della Basilica con l’effige della Madonna), perché accompagni con la sua intercessione tutte le persone malate, le loro famiglie e quanti si prendono cura di loro con dedizione e amore.
Infine, Mercoledì 18 Febbraio, con l’imposizione delle Sacre Ceneri, inizia la Quaresima. Questa Quaresima sia il tempo dell’autenticità, il tempo in cui siamo chiamati a spogliarci di ogni maschera. Le maschere non
le indossiamo solo a Carnevale: spesso, nella nostra relazione con Dio e con gli altri, ci nascondiamo dietro ruoli e apparenze, perché non ci piace mostrarci per quello che siamo. Eppure, davanti a Dio, ogni sotterfugio è inutile: Lui ci conosce fino in fondo, meglio di quanto noi conosciamo noi stessi.
In Quaresima siamo chiamati a ritornare a noi stessi, a presentarci nudi davanti a Dio, senza finzioni. Con l’imposizione delle ceneri sul nostro capo, la Chiesa ci ricorda chi siamo davvero: polvere, nulla. Ma ci ricorda anche qualcosa di ancora più grande: quella polvere è amata, infinitamente amata da Dio. Egli ci ama così come siamo, molto più di quanto riusciamo ad amarci noi stessi. La cenere ci dice che tutto passa, Dio ci dice che solo l’amore resta. Allora, giù la maschera: scopriamo il nostro vero volto, il volto di Dio e quello dei fratelli attraverso la via dell’amore.
don Tommaso
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